La cucina azzurra

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Una leggenda narra che il sogno fatto la prima notte a Praga si avveri.

Sotto le coperte calde c’è ancora il profumo di salmone delle mani di Giulio. Le ha proprio sotto il naso, mentre quel sogno le scivola via dagli occhi e diffonde nella stanza, come particelle di naftalina che evaporano. Tentare di afferrarle e ricucirne i pezzi è inutile. Stanno scappando. E non riesce neanche a vederle mentre si allontanano. Solo il forte istinto di abbracciarsi la pancia. Oltre le mani di Giulio rannicchiato, vede il suo naso e poi gli occhi ancora chiusi, le ciglia impercettibili, la sua pelle, i capelli corti un po’ bianchi, solo sulla fronte. Sorride mentre lo guarda. Si fa spazio infilandosi tra le sue braccia e incastra il viso nel suo collo bollente. E comincia a nutrirsi quell’odore di cui si era innamorata sette anni fa.

È chiaro che vuole svegliarlo, forse per lasciarsi coccolare un po’. E ci riesce. Giulio apre gli occhi, uno per volta, come infastidito da quella luce. In mansarda la luce può essere molto fastidiosa, soprattutto d’estate. Ma questo non è il nostro caso. Tra poco sarà Natale. È il 21 dicembre, il cielo è un po’ coperto e dalla finestra in lontananza si scorge l’effetto Tyndall. Tra gli alberi del parco la luce diffonde attraverso la fase colloidale dispersa. Proprio oltre la veranda, dietro il loro abete fatto insieme, addobbo dopo addobbo. Le canzoni scelte da lei e la cioccolata calda di lui.

Nella cucina azzurra. Mentre Stravinsky annusava tra gli scatoloni e scrutava con attenzione, lei metteva le luci, lui scartava i fiocchi di neve comprati a Roma.

Quelli sono di cristallo. Fa attenzione.

Dormiamo ancora, dai. È domenica. Appunto, risponde lei. E continua a guardarlo. Sta cercando il momento giusto. Il modo giusto.

Appunto cosa, chiede.

E lei continua a sorridergli senza rispondere.

Sotto l’albero c’è un pacchetto nuovo, piccolo. Una scatolina quadrata, con la carta da regalo verde e la coccarda rossa a quadri. In cima agli altri regali, si confonde tra gli addobbi. Ma Giulio tornando da lavoro la sera prima non l’ha mica notato. Lui queste cose non le nota.

Lei scopre le coperte, si alza e il freddo prende il suo posto accanto a Giulio.

Vado a preparare la colazione, però il cappuccino lo fai tu.

E nella cucina azzurra cominciano a prendere vita tutti i vari elettrodomestici, anche loro ancora un po’ assopiti, come se di domenica la vita scorresse diversamente. Dal frigo le uova, il latte, il burro, poi la farina, lo zucchero di canna. Il rumore del frullatore non riesce a coprire lei che canticchia Il cielo in una stanza. Ondeggiando con il suo corpo ancora un po’ spigoloso. Lui sulla porta, la guarda, osserva le sue mani muoversi tra un ingrediente e l’altro, tra un utensile e l’altro. Forchette, cucchiaini, il coltello che affonda nel burro. Sembra quasi che stia suonando, dando vita a una musica nuova, fatta di odori, di sapori. Sul tavolo vive una stella bianca.

Un po’ di cannella, nel cappuccino… grazie Amore.

Sono sposati da sei mesi esatti. Ma nessuno dei due ci ha fatto caso quella mattina.

Ti ricordi quella sera. Quale, chiede lui. Quando ti ho chiesto di sposarmi.

Una cosa bizzarra a dire il vero. Troppo alcool nello stomaco, un equilibrio violato, il frastuono ancora nelle orecchie. Lei abbracciata al water che vomitava. Lui le teneva la fronte, le raccoglieva i capelli intrisi di fumo. Quando sentì che poteva essere finita, si alzò. Andò verso il lavandino, una soluzione di acqua, alcool e succhi gastrici sparì in fondo allo scarico.

Mi vuoi sposare, gli chiese.

Da non crederci. Erano le quattro e mezza del mattino.

Avvolto in quei ricordi, Giulio guarda la fede e la accarezza col pollice sinistro, da sotto. La rigira intorno all’anulare. Ama quella donna, tra il cappuccino e i pancake, con i regali sotto l’albero, in quella cucina azzurra.

È buffa con quella vestaglia addosso, con le sue mani sempre fredde. Quelle stesse mani che da sotto l’albero prendono il pacchetto verde.

Auguri, gli dice. Ma ancora non è Natale, Infatti non è per Natale, È giusto così, perché ieri sono passata davanti a un negozio, le ho viste e ho pensato a te.

Stravinsky intanto gironzola per casa.

Lui, le mani di salmone, toglie la coccarda cercando di non rovinare quella carta.

Strappala, che porta fortuna, dice lei.

Un scatola trasparente gli lascia vedere il contenuto. Una scarpetta rosa, una azzurra come la cucina. Coi laccetti, fatte a uncinetto. Scarpette di lana, per riscaldare quei piccoli piedi non ancora nati.

 

Giulio si sveglia. Fa freddo. Se solo quella notte le avesse detto si. Lui non ha mai risposto. Quella domanda è rimasta lì, bloccata nel silenzio di quella notte. Mai un si. Mai l’albero insieme, Il cielo in una stanza, la cioccolata calda. Mai la cucina azzurra. Le scarpette. I piedi. Non sono mai nati.

E poi si ricorda di quel sogno a Praga. Anche quello non si è mai avverato.

 

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Quando il sole entra

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Quando il sole entra.

Mi spoglio dei ricordi prima di tutto. Mi avvizziscono.

Della rabbia, del rancore, della paura.

Quanta paura.

Via come polvere, dai capelli, dalla faccia, dalla pancia.

Via dalle mani, dalle unghie.

Chissà se lo sai…

Scarpe di donna, rosse, le tolgo. Anche quelle…

Anche l’amore.

Chissà se lo sai.

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Il rumore della solitudine

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Sento il rumore della solitudine.

Dei piedi tra le lenzuola. Cercano nel freddo.

Le fette biscottate si sgretolano tra i denti, l’acqua ribolle, il caffè si arrampica su per la cannula.

I clacson litigano, i motori si lamentano. Aspettano.

Il frigo borbotta, ha fame. Le porte tremano, il vento le importuna.

Il cuore batte.

Sento il rumore della solitudine, di un cuore che batte da solo.

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Digressione

Io credo che esista un posto, uno spazio nell’Universo, un ripostiglio in cui vengono conservati tutti gli amori mancati, le parole non dette, gli abbracci mai dati.

Tutto quello “in potenza” che non è mai diventato “in atto”. Quel “sarebbe potuto accadere” ma non è mai accaduto.

Un posto umido, melmoso, buio. Un anfratto che vive un tempo dilatato, dove le lancette fanno fatica a muoversi. Proprio come quelle parole che non ce l’hanno fatta a uscire dalla bocca, che sono rimaste aggrappate ai denti, incastrate.

Ci sarebbe bisogno di qualcuno che ogni tanto desse una pulita. Rimettesse le cose apposto. Facesse un po’ d’ordine. Gli abbracci dove dovevano stare. Recuperare qualche amore buttato.

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Angolo Via Roma Via Battisti

Digressione

Col tempo mi sono resa conto che allora non mi andava di liberarmi di te. Nella solitudine di quelle giornate, tu mi facevi compagnia. Almeno tu c’eri. Per strada, al supermercato, quando pagavo la metro… è stato bello ritrovarti in quei kiwi gialli, o nel menù di un vecchio ristorante ad Arezzo. Una pizza, Nemesi. Nemesi fa male.

Mi ricordo ancora di un pomeriggio a Noumea, il caldo bestiale, il cappello di paglia bianco, un vestito corto. In attesa. Del verde questa volta. La musica cantava. Oltre le strisce, due occhi in bicicletta. Sorridevano. Erì anche lì. Volevo che fossi anche lì. Sui muri, negli spaghetti, in fondo a una tazza. Non sono mai stata veramente sola.

Finchè arrivò il giorno. Il giorno in cui mi svegliai e non c’eri più.

È stato allora che mi sono sentita persa. Abbandonata. Anche dal tuo fantasma. Da quell’illusione che giorno dopo giorno avevo sapientemente coltivato, con amore e dedizione, come si fa con una gardenia piantata troppo presto. Per evitare che secchi. Un’illusione cresciuta e diventata un’indomabile ossessione. Ero disperata. Ho provato a cercarti. Ovunque.

Sotto la pelle, nelle vene, tra i capelli, in fondo allo stomaco. Negli alveoli.

Ho pensato che potessi esserti nascosto tra le ciglia, appiccicato al mascara… forse sarai andato via con lo struccante…una di quelle sere…neanche me ne sono accorta.

Non c’eri più. Non ci sei più. Ti cerco nei ricordi. Contorni consumati, erosi, avvolti in una nebbia lattiginosa. Voci lontane.

Adesso il 479 è solo un numero. Via Roma – Via Battisti è solo un angolo. Un post-it giallo è solo un appunto, una coincidenza. Lucio è solo un cane. All’attaccapanni c’è solo un ombrello verde.

Il tuo nome è ormai solo un nome.

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4 euro e venti

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La mia faccia su una vetrina del centro.

Scorgo un riflesso amico. Un viso che racchiude una promessa. Un negozio di arredamento, una camera da letto. Distanze.

Gli occhi  restano incollati su quella faccia. Su quegli occhi. E poi quelle rughe, che ancora non esistono. Ma le vedo. Sono quella promessa, la promessa del tempo. Come un embrione concepito. In potenza.

Una promessa che sarà mantenuta.

Come un cassetto fatto di ricordi, le rughe nascondono. Raccontano. Emozioni. Dolori. Disperazioni. Amori. Delusioni. Illusioni. Sogni. Passioni. Solchi nell’anima. Trincee.

Io alla cassa. 4 euro e venti. Un pasto scadente, precario, necessario.

Tu, i pantaloni grigi a quadri, le gambe accavallate, nella pioggia di una primavera che non vuole arrivare.

Sorridi.

Ci sono altri seduti al tavolo.

Vedo quelle rughe, le tue. Il maglione nero. Il gomito sinistro appoggiato sul tavolo. La guancia nella mano chiusa.

Sorridi.

Le stoviglie urlano e io non riesco a sentire. Esce lo scontrino.

Le rughe intanto prendono vita, dalla bocca, intorno a quelle narici, quel naso. Circondano gli occhi, come sponde di un lago.

Provo a cercare in quelle rughe… vorrei ci avessi nascosto un po’ di me.

Quasi amore – U…

Citazione

Quasi amore – Ugo Cornia

Perché il non esserci più di quel che c’è stato è sempre doloroso, veramente doloroso ma il non esserci più di quel che non c’è stato è veramente micidiale, una cosa proprio annichilente. Come fa una cosa che non c’è stata a non esserci più. Non c’è più qualcosa, ma è un qualcosa che non essendoci neanche stato alla fine non sai neanche che cos’è, però sai benissimo che non c’è più perché almeno una volta l’hai sfiorato. Hai sfiorato qualcosa che pur non essendoci più per un po’ era sfiorabile, questi buchi neri fatti nel niente, di questo sfiorabile, che forse per un periodo avresti potuto anche abbracciarlo.